Siamo lieti di condividere l’intervista che il nostro CEO, Antonio Perini, ha rilasciato al quotidiano BresciaOggi in data 5 maggio 2026, nell’ambito della rubrica Primo Piano – Tecnologia e strategie.
Un’occasione preziosa per riflettere su uno dei temi più urgenti per il tessuto imprenditoriale italiano: il rapporto tra le piccole e medie imprese e l’Intelligenza Artificiale. Antonio Perini, in qualità di Presidente di Unimatica Confapi Brescia, traccia un quadro lucido e diretto della situazione attuale, basato su due anni di incontri e formazione sul campo con gli imprenditori del territorio.
Di seguito riportiamo il testo integrale. Buona lettura.
Intervista di Michela Bono – “BresciaOggi”, 05 maggio 2026
Intelligenza Artificiale, questa sconosciuta. L’analisi sulle Pmi bresciane di Antonio Perini, presidente di Unimatica Confapi Brescia – l’unione della piccola e media industria informatica e telematica – mostra quanto gli imprenditori nostrani siano ancora poco avvezzi a considerare l’IA uno strumento integrante dei loro processi. Perini è arrivato a questa conclusione dopo due anni di incontri e corsi sul tema.
«La mia sensazione è che il dato sulla conoscenza superficiale dell’AI sia intorno al 60% e che gli imprenditori bene o male sappiano che devono farci i conti. Per contro, le imprese che invece fanno davvero qualcosa per usarla in maniera strutturale mi pare siano ampiamente sotto al 5%. Prenda l’Industria 4.0 e 5.0: hanno sì comprato macchine performanti, ma le usano come prima.»
Di base, spiega l’esperto, vi si ricorre per azioni semplici come scrivere mail, fare traduzioni e presentazioni o per ricevere spunti generici di riflessione, ma non per cambiare i connotati dell’organizzazione d’impresa alla base, come invece dovrebbe essere per rimanere competitivi rispetto ad altri Paesi.
«Oggi la si confonde ancora con l’automazione, ma l’AI è molto di più – spiega Perini –. I dati Microsoft ci dicono che esiste un gap incredibile tra le grandi e le piccole aziende, non solo sull’AI, ma sulla digitalizzazione in generale, il cui utilizzo reale nei processi è al 67% nelle prime, mentre è fermo al 9% nelle seconde. Sull’AI il gap è sicuramente maggiore».
In gioco, dice Perini, c’è la competitività delle pmi perché il delta nella produttività dei dipendenti è già reale: «Per le aziende europee la produttività media è sui 120mila euro a persona, in Italia 99mila e l’AI potrebbe aiutare a colmare questa differenza». Il manager di Confapi crede che la diffidenza imperante sia un limite mentale.
«L’imprenditore deve capire che si tratta di un tema che non può delegare ai collaboratori: deve formarsi lui per primo perché il vero impatto dell’AI è organizzativo, non solo tecnologico».
Insomma, non basta delegare al responsabile IT, bisogna fare di più. Da qui al 2040, ricorda Perini, in Italia mancheranno 3,9 milioni di dipendenti: «Si dovrà necessariamente intervenire con l’AI per rimpiazzare questa mancanza, soprattutto nei lavori a bassa redditività, sui quali non vale la pena perdere tempo, così da potersi dedicare a mansioni più importanti e strategiche. È questo è l’impatto organizzativo di cui parlo».
La fatica a trovare competenze sull’AI è parte del problema. In università, così come negli istituti tecnici, se ne parla ancora in modo astratto e i ragazzi, riferisce Perini, una volta usciti vengono assorbiti in grande parte dal bacino milanese, dove le grandi aziende offrono sbocchi e garanzie più interessanti rispetto a mansioni dove la digitalizzazione è ancora applicata al mero funzionamento delle macchine.
«Per far entrare l’AI nell’organizzazione e non solo nei processi di automazione serve più conoscenza. Devi avere le giuste competenze anche per capire se quello che ti restituisce è corretto: quando io stesso lavoro ai miei progetti, servono ore per caricare i dati nel sistema in modo corretto, per rivedere le risposte, per affinare le angolature di restituzione. L’AI è una segretaria, non è il mio capo. Sono io che la guido».
Il 70% dei dipendenti la usa già, nonostante non sia uno strumento ufficiale di lavoro ma, come dicevamo, più che altro per mansioni banali, testi, traduzioni, mail e presentazioni.
«Il grosso rischio in questo caso è la cibersicurezza perché le informazioni che immettono nei sistemi finiscono nel web. Ecco perché bisogna formare a un utilizzo responsabile».
Per questa ragione Unimatica Confapi ha anche chiuso un protocollo d’intesa con Microsoft e uno con Polizia Postale.
Conclude Perini:
«Le aziende non possono affidarsi a un semplice fornitore di hardware, ma devono mettere a budget risorse per la sicurezza informatica»
